Titolo: ITALIA - Il Grande Fratello

Autore: Maurizio Crosetti

Come andrà a finire? «Vedremo» ha detto Gerry, e non era un gioco di parole. Gerry Longo, 31 anni, cieco dalla nascita. Il primo disabile nella storia dei reality televisivi in Italia. È successo al Grande Fratello, nona edizione, dove Gerry ha fatto notizia per un milione di motivi che possono ridursi a uno: non ci vede, è giusto che sia lì? La risposta non arriva con le parole, ma con i fatti e gli sguardi, gli imbarazzi e i pregiudizi, gli scherzi e i preconcetti, le barriere architettoniche e quelle mentali: le più alte, chi è disabile lo sa. E subito l opinione pubblica si è spaccata in due. La prima parte dice: la tivù usa un cieco per fare ascolti. La seconda dice: un disabile ha gli stessi diritti di tutti gli altri. La prima parte insiste: questa è strumentalizzazione, così si portano agli estremi le esigenze dello spettacolo, le malizie, i trucchi per catturare il pubblico. La seconda parte ribatte: quello che conta è la visibilità, è poter spiegare con i fatti che un cieco non è un eroe e nemmeno un poveretto, ma una persona come tutti, e come tutti ha diritto alle medesime opportunità. Senza sconti. E allora, invece di giudicare è meglio cercare di capire. Affrontando subito un aspetto molto interessante della questione, non solo dal punto di vista linguistico. E cioè: la televisione è stata inventata per essere guardata, chiama in causa gli occhi prima di ogni altro senso. Dunque, è assai significativo che Gerry Longo, che non ha mai usato gli occhi per colpa di un glaucoma, possa provocare un cortocircuito virtuoso, non solo virtuale, dentro il “meccanismo visivo”. Ancora: il successo o l insuccesso di un programma televisivo dipendono in primo luogo dagli ascolti, dunque dalla visibilità (di nuovo torna questa specie di parola magica e insidiosa). Infine: quando si va in televisione anche solo per pochi minuti, anche per dire una cosa soltanto, si ottiene automatica visibilità e amplificazione. E allora è opportuno cominciare dall inizio, cioè dalla show-girl Alessia Marcuzzi che presenta Gerry - nato a Locri, in Calabria, appassionato di arti marziali, sci e vela, per anni speaker radiofonico, organizzatore di cene al buio in cui i vedenti sono serviti da camerieri non vedenti - prima che lui entri nella famosa casa del Grande Fratello. La bionda presentatrice appare un po  imbarazzata nell andare incontro a Gerry, il quale sorride e dice “eccoci”: una parola sola, efficace, per dare inizio all avventura. E subito la Marcuzzi scivola nella prima, involontaria mezza gaffe: «Vieni, Gerry, che ti faccio sentire l applauso di tutto il pubblico». Come se la persona che ha di fronte fosse anche sorda, e avesse bisogno di essere introdotta in qualche sacro rito. Gerry è al centro dello studio, dove il pubblico lo interrompe spesso con fragorosi applausi: ecco, fin dall inizio si fa strada la sensazione che gli spettatori si pongano di fronte a Gerry con il solito atteggiamento pietistico, che non è soltanto un incoraggiamento ma qualcosa di più sentimentalmente ambiguo. Lui è abituato e non ci bada, almeno non sembra. Tant è che alle domande di Alessia Marcuzzi sui propri hobby, risponde: «Cinema, teatro». Ovvero altre cose che - almeno in apparenza - è difficile gustare senza vedere. Ed è così che Gerry Longo diventa spiazzante dai primi minuti al Grande Fratello: un risultato non da poco, se l obiettivo non è solo il “mettersi alla prova” (come ripeterà molte volte il diretto interessato) ma mettere alla prova gli altri, quelli che ci vedono, i “normali”. Una presenza che alla lunga diventa una provocazione buona, di segno positivo. Come ha scritto Gianluca Nicoletti nel suo blog “Emozioni & protesi”, nel sito www.superabile.it, non c è niente di peggio dell ipocrisia. Leggiamo insieme: “Gerry Longo è un gran bel figaccio, ma è anche il primo cieco che entra come concorrente nella casa del Grande Fratello. Ha fatto bene a buttarsi anche lui nel carnaio? Io dico di sì, perché non dovrebbe? Forse che un cieco dovrebbe nascondersi o fuggire alle lusinghe della fama televisiva? Gli altri inquilini, vedendolo entrare si sono accorti che aveva il bastone bianco in mano. Erano tutti in salotto acchittati e belli gonfiati nei posti giusti per fare effetto in diretta, spavaldi e sicuri di sé, capaci di prodursi a comando tra atti di sfrontatezza o singhiozzi e lacrime. Come hanno realizzato che Gerry fosse cieco si sono impietriti per un istante, per loro forse eterno. Che avranno pensato per bloccare squittii, gridolini e battimano? Una biondina si è pure messa a piangere come se avesse visto un fantasma. Avrà concluso: "Sono fritta!!! Il cieco vince di sicuro e ci fa fuori tutti...". Zoomata, eccoci nella casa del Grande Fratello nel momento in cui Gerry entra piano piano, spingendo la porta e mettendo avanti quel bastone bianco che gli altri concorrenti all inizio non vedono, o non si accorgono che esista. Ha un borsalino in testa, Gerry, e appare di gran lunga il più disinvolto di tutti. Le telecamere sono impietose nello scandagliare, come i sonar puntati verso gli abissi, le espressioni e dunque i sentimenti di quelli che ci vedono e che, alla lettera, non credono ai loro occhi. C è un concorrente, in particolare, che mette il viso vicinissimo a quello di Gerry, gli guarda gli occhi a pochi centimetri di distanza come se quelle due orbite custodissero chissà quale segreto, e potessero svelare tutto il resto della storia. Seguono le solite domande, e a parlare sono quasi soltanto le ragazze. «Ma non vedi proprio niente niente? È così dalla nascita?». A quel punto Gerry risponde con una disinvoltura ancora maggiore: «Sono cieco, non vedente, orbo, quello che volete, tanto è sempre lo stesso. Ma una cosa voglio dirvi: prima ancora che un non vedente, qui davanti a voi avete Gerry».
Quelli che li hanno funzionanti, adesso strabuzzano gli occhi. Più o meno come aveva fatto Alessia Marcuzzi quando Gerry aveva tirato fuori dalla tasca della giacca uno strano scatolotto, il “rilevatore di colori”. Siccome Gerry è furbo, ha saputo subito creare uno sketch facendo credere alla presentatrice che l aggeggio servisse per valutare la bellezza femminile. «Questo è uno gnoccometro» ha proclamato Gerry accostando la scatola al corpo della Marcuzzi, e in particolare al seno. A quel punto sono partiti rumori e suoni di sonar, o qualcosa del genere, e Alessia ci ha riso sopra, ma senza capirci un granché. L identica reazione delle concorrenti nella casa del Grande Fratello, pronte ad offrire dimensioni e consistenza dei propri seni al giudizio della macchinetta sonora. Un espediente spettacolare che ha fatto capire chi stesse conducendo il gioco: Gerry, senza dubbio. In quanto alle eventuali, bonarie vittime, è anche troppo facile capire che non si è trattato del ragazzo non vedente. Eppure il dibattito all interno dell opinione pubblica ha faticato a capire le ragioni e il senso dell operazione. E dire che un aiuto non marginale, per porsi nel modo giusto di fronte alla novità mediatica, l aveva offerto proprio l Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, con le dichiarazioni del suo presidente Tommaso Daniele. Vale la pena ascoltarlo, parola per parola: «Da più parti ci viene chiesto in questi giorni: cosa ne pensate della partecipazione di Gerry Longo al Grande Fratello? Come considerate la presenza di un concorrente cieco ad un reality? E  una strumentalizzazione solo per aumentare l audience o anche i ciechi italiani avranno dei vantaggi? Credo, e insieme a me lo crede anche la Direzione Nazionale dell Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti che, al di là del giudizio che possiamo avere della trasmissione (del tutto soggettivo, ovviamente) un cieco abbia diritto, come tutti gli altri, a partecipare ad una trasmissione televisiva. Per anni ci siamo impegnati e continuiamo a farlo, per raggiungere le pari opportunità, per avere la giusta visibilità, anche nel mondo dell informazione e della tv. Sono quindi sempre convinto che la partecipazione di un non vedente ad un programma televisivo come "Il Grande Fratello" rappresenti un passo in avanti visto che fino a qualche anno fa era a dir poco inimmaginabile. «Il risultato però di questa partecipazione per il mondo dei ciechi e degli ipovedenti italiani dipenderà in gran parte da Gerry. E come lui stesso ha spiegato nel corso della puntata di ingresso - "Sono cieco, non vedente, orbo, quello che volete, tanto è sempre la stessa cosa. Ma una cosa voglio dirvi: prima ancora che un non vedente, qui davanti a voi avete Gerry" – è importante ricordare che Gerry è una persona e come tale, diversa da tutte le altre, cieche o vedenti che siano. «E  importante che l opinione pubblica, il pubblico del Grande fratello, non categorizzi. Tutti i ciechi sono diversi tra loro: c è chi è più furbo e chi meno, chi è più intelligente e chi più lento, chi è più simpatico ed estroverso e chi più chiuso e sgarbato. «Insomma, ogni cieco è una persona, e come tale, diversa e particolare. Quello che non deve avvenire, e in questo chiediamo l aiuto di tutte le persone coinvolte (autori del programma, giornalisti, associazioni, ecc.) è che si cada nello stereotipo del cieco, nella spettacolarizzazione della disabilità o nel pietismo che troppo spesso incontriamo sulla nostra strada. «Questo ingresso potrebbe aiutare i ciechi a farsi conoscere. Abbiamo visto l imbarazzo dei partecipanti al reality quando è entrato Gerry nella casa. L imbarazzo è dato dalla non conoscenza: come ci si comporta con un cieco? Di cosa si parla? Come ci si muove in sua presenza? Si può parlare di tutto? Forse la presenza di Gerry all interno della casa potrebbe far capire alcune cose a tutti…». Sulla sua scheda di presentazione, nel sito internet del Grande Fratello, alla voce “occhi” c è scritto: verde/azzurri. E mai gli occhiali per coprirli, né nelle fotografie né, tantomeno, in trasmissione. Di se stesso, Gerry Longo dice: «Sono stato un bambino arrabbiato, ma ora la rabbia è diventata forza. Il segreto è non fare finta che il problema non esista, ma al contrario lavorarci duramente. La mia ambizione, almeno a livello personale, è avere ridefinito il concetto di limite, sperimentando costantemente me stesso e le mie capacità». Oggi Gerry lavora all Aeroporto di Fiumicino, dove si occupa di assistenza ai disabili. La cosa più importante, forse, è che in tivù (così come nella vita) egli venga percepito come persona, come individuo e non come “caso”, meno che mai come “caso umano”. Gerry non si è presentato in quella casa a nome di tutti i ciechi, ma solo di se stesso. Voleva farlo, poteva farlo, è giusto che ne abbia avuto la possibilità: e se qualcuno l ha strumentalizzato, è un problema che riguarda solo questo qualcuno, pur essendo da rispettare i pareri di tutti, compreso quello del Codacons che ha invitato al boicottaggio del Grande Fratello “per non alzare l audience nella spasmodica ricerca di situazioni sempre più al limite”. Di parere opposto Antonio Guidi, delegato del sindaco di Roma per le politiche sulla disabilità: «L indice degli ascolti è meno importante del pietismo, da evitare ad ogni costo. La presenza di un non vedente può insegnare a molti che è possibile vivere una vita in autonomia anche quando manca una cosa importante come la vista». Infine, Gerry Longo in quella casa - criticabilissima sin dal suo apparire, ormai nove anni fa, ma non certo per questa vicenda - smaschera un ulteriore ipocrisia. È accaduto quando qualcuno si è chiesto: “Non ha capito, Gerry, che in quel programma dovrà parlare solo di “davanzali” e “posteriori”? Perché non ne esce subito?” Ed è ancora Gianluca Nicoletti a dare la risposta esatta: «Forse perché è cieco non può parlare di davanzali e posteriori? Il Grande Fratello è soprattutto davanzali e posteriori, se lui ci è andato sapeva che questo avrebbe trovato. Smettiamola con l attribuire al portatore di un disagio fisico una necessaria compensazione in virtù etiche e morali. La libertà dal pregiudizio per il cieco inizia anche quando può permettersi tranquillamente di essere un cieco che stramazza per davanzali e posteriori». Senza ipocrisia.


Numero 9 del 2009

Titolo: ITALIA - Gerry: un ritratto

Autore: Maurizio Crosetti


Articolo:
Lui è il cieco del Grande Fratello. Lui è il ragazzo entrato nella famosa casa televisiva come, appunto, "il cieco del Grande Fratello" e ne è uscito dopo 64 giorni semplicemente come Gerry. Gerry e basta. Gerry Longo. A suo modo, un magnifico provocatore.

«Non ho nulla di cui pentirmi, non credo proprio di essere stato usato dalla tivù. Al limite, ho usato più io lei».

D. - Decidere di provarci è stato facile?
R. - «Mi sono chiesto se servisse a qualcosa, a qualcuno. Sapevo che tanti disabili, prima di me, avevano tentato ma erano stati esclusi. Così, quando mi hanno scelto ho pensato: almeno questo è un passo avanti».

D. - Lo è stato davvero?
R. - «Credo di sì. La mia scommessa era: entro in quella casa e sarò visto come il rappresentante di una categoria, i ciechi. Ma proverò ad uscirne come persona, come Gerry Longo. Così è andata».

D. - Solo una sensazione oppure ha le prove?
R. - «Vi racconto un episodio minimo, però importante. Ero sulla metro di Roma, la mia città, e un gruppo di ragazzetti si stavano spintonando. Uno dice all altro: "stai attento, c è un cieco". E quell altro: "Ma che stai a di , ma che cieco, è Gerry del Grande Fratello!". Ecco, in quel momento la mia storia ha svoltato».

D. - Pensa che questa esperienza possa avere sconfitto, o almeno scalfito, qualche luogo comune?
R. - «Spero che nessuno, guardandomi, abbia pensato: poverino. Spero che la gente mi abbia giudicato come persona, non come disabile, difetti compresi. Chi l ha detto che un cieco dev essere simpatico per forza? Solo perché è cieco? Al contrario, la vera normalità è anche quella di poter essere antipatico, al limite molto antipatico, se questa è la mia natura. Non c è niente di peggio del pietismo o del buonismo».

D. - Non ha avuto paura di diventare un fenomeno da baraccone?
R. - «No, perché non ho mai fatto il fenomeno. Io ho voluto raccontare la mia storia attraverso i gesti quotidiani, ed è una storia di normalità. Gerry che lava i piatti, Gerry che fa i letti per tutti, la mattina: se ci riesce, e ci riesce, vuol dire che è stato sconfitto il luogo comune».

D. - Gli spettatori hanno visto prima il non vedente oppure la persona?
R. - «Il non vedente, è inevitabile. Ma poi la gara è stata aperta, normale. All inizio sentivo dire: è favorito il cieco, vincerà lui. Invece sono stato eliminato, tardi ma sono stato eliminato. Giusto così. Per fortuna, direi quasi, dimenticando l aspetto economico».

D. - Che tipo di sguardi si è sentito addosso? Da parte degli altri concorrenti, ma soprattutto degli spettatori?
R. - «Senza falsa modestia, mi sono sentito il più autentico. Perché ero l unico a non sapere quando fossi sotto l occhio della telecamera, dunque non ho mai finto, non ho assunto atteggiamenti da attore. Io sono stato il vero Gerry dal primo all ultimo giorno. Solo chi vede può mettersi in favore di telecamera: io, che ho gli occhi che non funzionano, non so mai quando ho gli occhi degli altri addosso».

D. - Il pubblico avrà apprezzato?
R. - «Credo sia passato un messaggio di grande normalità, ci tenevo tanto. Un cieco sa di essere comunque un osservato speciale: quando la mattina esci col bastone per strada, già ti trovi dentro una specie di Grande Fratello. Lo ripeto: la conquista più grande è essere Gerry, non il cieco Gerry».

D. - Quanto incidono i pregiudizi negli sguardi della gente?
R. - «Un po . Così come la cultura, la sensibilità, i luoghi comuni. Lo noto con i bambini piccoli. Loro chiedono alla mamma chi è quel signore col bastone bianco, e perché lo porta. Due le possibili risposte: ci sono mamme che zittiscono i bambini come se si vergognassero, o temessero di offendere il cieco, e altre che invece sfruttano bene la situazione e spiegano ai figli esattamente come stanno le cose».

D. - A proposito: anche i bambini e i ragazzi, dopo il Grande Fratello, l avranno riconosciuta...
R. - «Certo. Hanno riconosciuto Gerry».

D. - Com è stata la reazione dei non vedenti?
R. - «In linea di massima, la peggiore. Ho notato invidia, oppure voglia di non capire. Qualcuno mi ha rimproverato di avere usato la mia condizione: in questi casi, rispondo che mi auguro di arrivare a novant anni, pur con il mio limite, avendo goduto appieno della vita e avendola vissuta veramente».

D. - È stato difficile resistere nella casa per così tanto tempo?
R. - «Ho attraversato tutte le fasi classiche: curiosità, interesse, noia, alienazione. Ma posso garantirvi che mi sono anche divertito moltissimo».

D. - Com è stato il rapporto con gli altri concorrenti? Come trascorrevate il tempo?
R. - «Non potevo pretendere che giocassero con me come se fossero ciechi, e allo stesso modo loro non potevano certo chiedermi di giocare a pallavolo. Diciamo che c è stato un adattamento reciproco. In quanto alla pallavolo: io percepisco solo la luce, però avevo appena effettuato un intervento chirurgico alla cornea e non mi andava di rischiare una pallonata in faccia».

D. - È vero che al Grande Fratello non si può portare neanche un libro?
R. - «Certo, esistono un sacco di divieti. Non si parla di politica, non si parla di religione, niente cose da leggere, niente penne per scrivere, soprattutto niente orologio. E magari sei pure cieco! Non è mica facile, tutt altro. Però, con la produzione mi sono trovato benissimo».

D. - Come passava le giornate?
R. - «Parlando molto, una mia caratteristica. Mi ritengo un tipo riflessivo e analitico. E poi facendo cose pratiche. Per esempio, i letti per tutti la mattina. Oppure il pane: mi ha insegnato la persona più semplice del gruppo, quello che tutti prendevano in giro. Invece, proprio lui mi ha aiutato».

D. - Ecco: non è che qualcuno è stato "troppo gentile" per fare bella figura ed essere votato?
R. - «Il rischio c era. Infatti ho detto subito: se ho bisogno di aiuto, lo chiederò. Perché io vivo da solo, e sono del tutto autosufficiente. Addirittura, il concorrente che poi ha vinto si era offerto di accompagnarmi in bagno!».

D. - Ha colpito il pubblico la sua autoironia.
R. - «È una caratteristica fondamentale del mio carattere. Non voglio sentirmi un poveretto, soprattutto non voglio che gli altri mi facciano sentire così, oppure lo pensino. E allora, se per scherzo qualcuno mi chiede se pago la bolletta della luce, io rispondo che mi fanno lo sconto».

D. - È vero che ha insegnato il braille ad alcuni suoi compagni?
R. - «Sì. È successo mentre stavamo alla macchinetta del caffè, ovviamente sponsorizzata... A un certo punto, ho preso le cialde e ho cominciato a sistemarle come se fossero i puntini del braille. Ebbene, due persone hanno imparato. E solo questo basterebbe a rendere molto importante la mia partecipazione al Grande Fratello».

D. - Una coppia di fidanzati estemporanei, dentro la casa, ha comunicato così?
R. - «Confermo: si scrivevano messaggi d amore toccandosi le guance col dito. Qualcuno è arrivato persino a sfiorare i nei di qualcun altro per capire se ci fosse una specie di mappa, qualcosa che avesse un senso di scrittura... Un gioco, però curioso».

D. - E la storia della doccia?
R. - «Ah, carina. Una coppia aveva cominciato a flirtare appunto sotto la doccia, pensando che io non me ne accorgessi. Ho fatto finta di niente, ma poi nel confessionale ho detto che un cieco ha una grande sensibilità e sente tutto. In questo, forse, mi hanno un po  sottovalutato».

D. - Qual è il suo motto?
R. - «Ridefinire ogni giorno il concetto di limite, accettandolo, per puntare sempre al massimo».

D. - Ora che l esperienza televisiva è finita, sul lavoro è cambiato qualcosa?
R. - «Per fortuna no. Io ho un impiego all Enac, l Ente Nazionale Aviazione Civile, dove gestisco la corretta applicazione del regolamento europeo a favore dei disabili. In pratica, verifico i reclami al computer: un lavoro che in qualche modo mi sono inventato io, non creato apposta per un cieco. Non è il solito disabile messo al centralino. Sono orgoglioso di questo: è un altro segnale di normalità. Perché è proprio il messaggio che deve passare: un cieco può vivere una vita normale, perché prima di essere un disabile è una persona».

D. - E se diventa un personaggio?
R. - «Guai! Mi sono sforzato in tutti i modi perché non succedesse. Temevo anche di poter nuocere al mio datore di lavoro e di presentarmi in maniera non dignitosa, insomma utilitaristica. Avevo il terrore che una volta tornato in ufficio, qualcuno dicesse: ecco Gerry, ah sì, quello che al Grande Fratello ha combinato quella certa cosa... Invece, in 64 giorni non ho fatto nulla di cui vergognarmi».

D. - Non facile, in un contesto che si segnala anche per pruderie e ambiguità di genere sessuale.
R. - «Mi hanno chiesto: un cieco può fare il furbo con le mani, e toccare le donne facendo finta di niente? Io rispondo che sì, può succedere, però non significa che tutti i ciechi siano così».

D. - Ci racconta la storia dello "gnoccometro"?
R. - «Quando venni presentato per la prima volta da Alessia Marcuzzi in tivù, le mostrai lo strumento che serve ai ciechi per distinguere i colori. Per ridere lo accostai al seno di Alessia, e spiegai che quell aggeggio mi idicava anche le sue forme. Ovvio che fosse un gioco».

D. - Qualcuno ha frainteso?
R. - «Altroché! Qualche cieco mi ha criticato. E io ho risposto che con quello sketch volevo solo informare la gente, spiegando che anche un non vedente ha bisogno di riconoscere i colori. Altrimenti, come fa a vestirsi?».

D. - Cosa prova quando si accorge che gli altri non capiscono, o non vogliono capire?
R. - «Mi viene voglia di dire: fate pace con il vostro cervello. Mi viene voglia di dirlo soprattutto a certi non vedenti, senza offesa. Esistono autentiche barriere mentali da abbattere. C è chi si lamenta se lo aiutano, perché odia la pietà; ma poi si lamenta anche se non lo aiutano, perché il mondo è cattivo. Così non va».

D. - È vero che qualcuno le ha rimproverato anche l uso del bastone?
R. - «Certo. È chiaro che dentro casa mia non lo uso, perché la conosco a memoria, centimetro per centimetro. Ma nella casa del Grande Fratello, dove il disordine regna sovrano, senza bastone avrei rischiato di inciampare e farmi male».

D. - Come ha fatto a non diventare un caso umano? La tivù si nutre di questo alimento.
R. - «Intanto, non ho raccontato gli aspetti più dolorosi e personali della mia vita, tipo quando da bambino la vista se n è andata. E neppure ho mai detto di avere un occhio di vetro, conseguenza di un operazione non riuscita. Sarebbe stato come usare il dolore per vincere una gara: terribile. Di sicuro, non mi sono svenduto alla logica del programma».

D. - Però, è innegabile che la sofferenza faccia audience.
R. - «Mi sono posto il problema, ma sono passato oltre pensando ai messaggi positivi che la mia presenza in quella casa poteva lanciare. Chi ha la fortuna di avere gli occhi, è bene che li usi per guardare la realtà in modo giusto. Occhi, non paraocchi».

D. - Dopo tanta visibilità, parola quasi beffarda per un cieco, com è il ritorno alla vita normale?
R. - «C è chi rischia la depressione. Io no, perché sono stato normale anche al Grande Fratello, dov ero semplicemente Gerry».
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